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Enrico PLANCHAT
dei
Religiosi di San Vincenzo de’Paoli
Il prete dei poveri e degli operai
Carlo
Snider, 1958
Nato
1'8 novembre
Il
giovane che con tanto entusiasmo si dedica all'apostolato dei poveri di
Vaugirard ha davanti a sè uno splendido avvenire. Glielo garantiscono il
prestigio del nome paterno, il censo, le relazioni familiari,
l'intelligenza non comune, gli studi giuridici brillantemente compiuti.
Matura invece nel suo animo la vocazione sacerdotale e il desiderio di
consacrarsi totalmente al servizio del popolo più umile nell'istituto
dei Fratelli di San Vincenzo de'
Paoli da lui conosciuto a Vaugirard. Appena conseguito il diploma di
avvocato, entra nel Seminario di Issy. Il giovane seminarista non
nasconde le sue aspirazioni all'apostolato tra le classi più umili. A
taluni suoi compagni sembra impossibile che un giovane, cui potrebbe
essere aperta la via ad una splendida carriera ecclesiastica, possa
vagheggiare così modesto ideale: ancor meno comprendono che un tale
seminarista possa compiacersi di una cella del tutto disadorna e di una
tenuta esteriore quanto mai dimessa.
Ma Enrico Planchat dà loro una
risposta rivelatrice dell'animo con cui si prepara al sacerdozio: «Ce
n'est pas à ceux qui ont de belles pendules et de beaux tapis dans leurs
appartements que l'on va se confesser, quand on veut se convertir ».
(se uno vuol convertirsi non bussa alla porta di lusso)
Ordinato sacerdote il 21 dicembre
1850, si
presenta tre giorni dopo a Giovanni Leone Le Prevost, già funzionario
del Ministero dei Culti e presidente della Conferenza di San Vincenzo
della parrocchia di San Sulpizio, superiore della piccola comunità dei
Fratelli di San Vincenzo de'
Paoli da lui fondata con Clément Myionnet, Maurice Maignen e Louis
Paillé. È accolto, primo sacerdote, nella nascente Congregazione. Da
questo momento, tutta la sua vita sarà un continuo atto d'immolazione,
terribile e splendido, per quel popolo che egli ha tanto amato e dal
quale sorgeranno i suoi carnefici.
Ed
eccolo percorrere, giorno e notte, le strade di Grenelle [altro sobborgo
di Parigi] dove si addensa una popolazione operaia che vive
nell'indifferenza e nella dimenticanza delle pratiche religiose, anzi
nell'ostilità a Cristo e alla Chiesa. Il “cacciatore di anime”, piene le
tasche di medaglie, di immagini, di libri buoni, va alla scoperta del
suo mondo; penetra in ogni vicolo, si spinge nelle zone più malfamate,
entra nelle più sudice baracche, nelle stamberghe più infette. Non si
commuove per le ingiurie nè per le minacce. Le une e le altre sono
spesso occasione di intavolare una conversazione che terminerà con
In una
delle sue corse apostoliche gli capita di passare davanti ad una
lavanderia. La vista del prete, e per di più un prete dall'aspetto tanto
povero, eccita l'allegria delle operaie che lo coprono di sarcasmi.
Planchat, senza turbarsi, entra nel locale, distribuisce a tutte
medaglie, immagini e rosari e rivolge loro un discorsetto che le scuote
profondamente. Quando parte, lo raggiunge la padrona che, con le lacrime
agli occhi, lo prega di accettare un'offerta per una Messa secondo le
intenzioni sue e delle operaie.
Una
sera si dirige alla casa di un moribondo lontano da Dio. Non ostante le
sue insistenze, non può avvicinare l'infermo. È cacciato con insulti e
minacce. Ma il buon sacerdote non vuole abbandonare quell'anima.
Discende in strada, vede poco lontano un paracarro e nonostante il vento
glaciale che soffia implacabile vi si siede e comincia a recitare il
rosario. Le ore passano e Planchat continua a sgranare
È
inverno. Il Servo di Dio si è recato sino all'estremità della piana d'Issy
per assistere una moribonda. Nevica, è passata la mezzanotte, ed egli
non è rincasato. I confratelli sono ormai inquieti. Finalmente appare
Enrico Planchat coperto di neve e intirizzito dal freddo. Non è solo. Ha
raccolto per strada un soldato che si è smarrito nella pianura e un
disgraziato senza tetto, che ha scovato in una macchia. Li riscalda, dà
loro da mangiare e procura loro un alloggio.
Un'altra notte d'inverno la portinaia sorprende il Planchat che cerca di
entrare in casa senza farsi notare. Cammina con una andatura che non è
quella abituale. Alla portinaia che gli chiede: «Ma che ha ai piedi,
Reverendo ? », «Nulla, nulla », risponde, cercando di farsi più piccolo.
Ma la spietata portinaia lo squadra con maggiore attenzione ed
allibisce. Planchat rientra senza scarpe, con le calze bagnate e
ghiacciate. Cerca di scusarsi. «Le ho date
sull'esplanade
degli Invalidi a un poveretto che ne era privo. Che volete ? Era più
vecchio di me ». Chi conosce Parigi e sa quali quartieri aristocratici e
mondani sia necessario attraversare per giungere dagli Invalidi a
Vaugirard, converrà che siamo in pieno eroismo.
È
ancora inverno. Enrico Planchat è appena rientrato, sfinito, dopo una
giornata di intenso ministero, quando lo chiamano nuovamente per
assistere un moribondo. Senza indugio riparte. Lo accompagna, per
sostenerlo, uno dei giovani apprendisti del patronato. Ma le forze
hanno un limite. A un certo momento l'abate Planchat vacilla e cade
svenuto lungo il marciapiede. Il ragazzo tenta invano di rianimarlo.
Accorre gente. Lo trasportano in una casa vicina, dove a poco a poco
rinviene. Appena può sostenersi sulle gambe, riparte alla ricerca
dell'ammalato. Rientrerà solo, nel cuore della notte glaciale, quando
avrà terminato la sua opera sacerdotale. Siamo, come si vede, a quelle
altezze dell'eroismo dove si muovono solo i grandi santi.
Lo zelo
di Enrico Planchat desta la suscettibilità del parroco di Grenelle e dei
suoi vicari a tal punto che i superiori giudicano opportuno, pro bono
pacis, di allontanare il loro confratello. Lo mandano ad Arras,
dove per due anni coadiuva l'abate Halluin nella direzione di un
importante orfanotrofio e nell'assistenza agli apprendisti.
Ad
Arras, come a Vaugirard, i fioretti del Padre Planchat continuano a
sbocciare deliziosi e commoventi. Continueranno a sbocciare anche
nell'immenso, popoloso quartiere di Charonne, dove i superiori lo
mandano nel
E poi
le peregrinazioni per i quartieri del centro in cerca dei soccorsi che
gli permettano di continuare l'assistenza ai poveri, o in cerca di
lavoro per i suoi giovani. E, poi l'apostolato tra gli operai italiani
di Charonne, intensissimo, che egli, conoscendo la loro lingua, si
assume anticipando il ministero della
Missione Italiana di Parigi.
E poi l'aiuto da prestare agli altri confratelli, in altre zone della
città. E poi l'apostolato di emergenza, non meno estenuante, come per
esempio tra i colerosi di Montmartre. Perchè l'apostolato di Enrico
Planchat ha, sì, un centro, che è Charonne: ha una sede, che è Sant'Anna
della rue des Bois; ma, in realtà, si estende a tutti i quartieri
dell'immensa città, dove ci sia un 'anima che ha bisogno del sacerdote.
E,
ovunque, continuano a sbocciare i fioretti di P. Planchat. Sbocciano
nella zona malfamata della rue de Montreuil, dove nemmeno la polizia
osa avventurarsi. Vi è là una scarpata che gli abitanti della zona
chiamano “la fossa dei leoni”. L'abate Planchat vi si reca, perchè in
una baracca di quella fossa sta morendo, solo e senza cure, un
miserabile canceroso. La sua presenza richiama la gente, la sua bontà
gli permette di essere ascoltato. Conosce, così, una coppia illegittima,
che, tocca dalle sue parole, gli chiede di benedire il matrimonio e di
battezzare i figli. Ciò che sarà fatto, non alla chetichella, ma con un
bel corteo in carrozza e una bella cerimonia al municipio e in chiesa.
Il tutto pagato, naturalmente, dal povero sacerdote. E gli sposi,
commossi, diranno: «Prima di conoscere il Padre Planchat non sapevamo
che cosa fosse un prete».
I
fioretti sbocciano nel grande ospedale del Faubourg St-Antoine, dove il
Servo di Dio si reca per portare
Sbocciano sull'omnibus che lo riporta da Charonne a Vaugirard, quando
s'accorge di non avere la piccola somma necessaria per pagare il
biglietto. Ha dato poco prima l'ultimo spicciolo a un povero. Il
fattorino lo invita a discendere. L'abate Planchat, allora, chiede
umilmente l'elemosina ai compagni di viaggio.
Sbocciano nel patronato di Sant'Anna, quando ad una donna, da molto
tempo lontana dai sacramenti, egli toglie dalle braccia un piccino di
pochi mesi perchè la mamma possa confessarsi. E mentre la donna, nel
confessionale, ritrova la via di Dio, il buon sacerdote cammina su e giù
per il cortile cercando di calmare il marmocchio che urla
disperatamente.
Sbocciano quando, una mattina, rientrato già stanco per il pranzo,
all'atto di sedersi a mensa è chiamato per un morente. Invano si cerca
di fargli prendere almeno
E i
fioretti sbocceranno, continui, quando, scoppiata la guerra, egli
organizzerà un meraviglioso servizio di assistenza spirituale e
materiale dei soldati, e quando si recherà con l'abate
de Broglie sul campo di
battaglia per portare ai combattenti i soccorsi del sacro ministero.
Perchè si abbia una idea, ben pallida, del lavoro apostolico di Enrico
Planchat, si sappia che nel solo patronato di Sant'Anna, dal luglio al
dicembre del 1870, oltre al suo abituale ministero tra i giovani e i
poveri del quartiere, egli accoglie, confessa e comunica 4.000 soldati.
Saranno 8.000 nel febbraio successivo!
Un tale
uomo non può non essere un gigante dello spirito. Solo l'ardore e
l'elevatezza della sua vita interiore possono spiegare il movente di
un'attività che ha costantemente del miracoloso. La sua fede era piena,
totale, fermissima. Il suo amore per Dio, divorante. All'altare,
dimentico di essere udito dall'assistente, prorompeva in accese
esclamazioni d'amore. Le pie giaculatorie uscivano ad ogni istante dalle
sue labbra. La sua unione con Dio era continua. Diceva: «Bisogna dire
cento parole a Dio ed una sola agli uomini ». Un confratello gli chiese
una volta come potesse conciliare la sua incontenibile attività con le
esigenze del raccoglimento interiore.
Risponde: «Ce sont précisément
ces œuvres mêmes qui m'aident efficacement à me tenir uni à Notre
Seigneur Jésus-Christ. Toutes mes relations avec les pauvres, qu'il
s'agisse de détresses temporelles ou de misères spirituelles, m'obligent
pour chacune à recourir au cœur de Notre-Seigneur Jésus-Christ pour en
obtenir le conseil, la parole qui console, l'inspiration pour les
entremises charitables, enfin toutes les assistances qui répondent au
besoin du moment ».
(Sono
proprio queste opere che mi aiutano a tenermi unito a Dio. Tutte le mie
relazioni con i poveri mi costringono a ricorrere a Dio per un
consiglio, una parola che possa consolare,..)
Bastano
questi pochi accenni per comprendere come tanta unione con Dio fosse la
conseguenza logica di un esercizio costante di tutte le virtù. Leggendo
gli atti della vita del Servo di Dio vediamo questo eroismo balzare
evidente sia che si tratti delle virtù teologali, sia delle cardinali,
sia della pratica dei consigli evangelici, sia dell'ammirevole umiltà.
Invano cerchiamo una virtù nella quale il Planchat possa aver
conquistato un grado non raggiunto nell'esercizio delle altre. In
ognuna è ugualmente grande...
Fu
detto, a ragione, che il Servo di Dio meriterebbe la canonizzazione, non
solo come martire, ma anche e soprattutto come confessore. È da
augurarsi che la dichiarazione del martirio del Servo di Dio - se
piacerà all'Altissimo che a tanto si giunga - susciti il desiderio di
conoscere maggiormente questa straordinaria figura di apostolo, e che
non ci si appaghi, come sempre avviene nelle Cause dei martiri, anche
sui fogli cattolici più autorevoli, di ricordare affrettatamente e
malamente le sole circostanze della morte.
Appunto
in considerazione della grandezza dell'apostolo parigino ho ritenuto
necessario concedere alla narrazione delle sue gesta uno spazio
(importante) ... perchè la conoscenza, sia pure sommaria, di una vita
tanto apostolica, permette di comprendere come la presenza del medesimo
tra le vittime dei massacri del maggio 1871 basta a fissare, senza
possibilità di equivoco, la vera e profonda natura della “Comune”.
Carlo
Snider
Informatio, 1958
1871
6
aprile: il Padre Enrico viene fermato mentre lavora al Patronato
Sant’Anna.
26
maggio: Il Padre è “scelto alla lotteria” della “Commune” insieme ad
altri sacerdoti e laici.
È
condotto da un posto all’altro; poi il corteo cammina per le vie, fino a
Rue Haxo, dove le vittime sono atrocemente fucilate.
I resti
sono riconosciuti e portati al cimitero di Vaugirard dopo un funerale in
chiesa S. Lambert di Vaugirard.
L’indomani della sepoltura, dopo autorizzazione civile, la salma fu trasferita dal cimitero alla Casa Madre dei Religiosi, a Parigi, nel Santuario N. Signora Riconciliatrice, detta de “la Salette”, dove riposa ancora tra l’altare maggiore e l’altare delle celebrazioni. Il processo canonico ebbe inizio nel 1897. La ricognizione canonica delle spoglie mortali del Servo di Dio fu effettuata nel 1959.
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